La marcia annunciata per sabato 8 novembre 2025 da Piazzale Ugo La Malfa fino a Piazza Vittorio non è solo una manifestazione. È un grido collettivo, un atto politico e simbolico che vuole denunciare il fallimento storico del proibizionismo in Italia.
Quello “zombie” che il manifesto definisce il “serial killer” della libertà individuale continua infatti a muoversi nelle pieghe di un sistema normativo rigido, incapace di evolversi con la società e con i mutamenti culturali del presente.

Il peso del proibizionismo nella società italiana
L’analisi politica parte da un dato strutturale: oltre il 30% della popolazione carceraria italiana è detenuta per reati legati alle droghe. Questo non è solo un numero, ma un sintomo.
Il proibizionismo, nato come strumento di controllo sociale e morale, si è trasformato nel tempo in un meccanismo di repressione dei comportamenti non conformi, di stili di vita considerati “devianti”, spesso legati ai giovani, ai poveri, ai marginalizzati.
Oggi, in un’Italia attraversata da diseguaglianze crescenti, crisi abitative e nuove povertà, la logica punitiva rischia di diventare il collante autoritario di un sistema politico che privilegia la sicurezza rispetto alla libertà.
La strategia del controllo: dalle piazze ai corpi
Il governo guidato da Giorgia Meloni ha costruito, passo dopo passo, una serie di interventi normativi che puntano a limitare gli spazi di espressione, aggregazione e sperimentazione sociale.
Dalla “legge antirave”, che criminalizza eventi spontanei di aggregazione, al decreto Caivano, che irrigidisce il trattamento dei minori e introduce un approccio militarizzato alle periferie, fino al nuovo codice della strada, dove il tema della sicurezza diventa pretesto per introdurre misure sproporzionate e potenzialmente discriminatorie.
Si costruisce così una narrativa dove ogni forma di libertà è vista come una minaccia e ogni comportamento alternativo come un rischio da contenere.
Il decreto sicurezza rappresenta il culmine di questa filosofia. Con l’articolo 18 che vieta perfino il fiore di canapa non psicoattiva (CBD), si penalizza un settore economico in crescita e si colpisce simbolicamente chiunque si muova fuori dai binari del consenso politico.
È una politica della paura, che sostituisce il dialogo con la punizione e la responsabilità individuale con la colpa collettiva.
Il contesto globale e la contraddizione italiana
Nel 2025, mentre molte nazioni occidentali hanno avviato percorsi di legalizzazione o depenalizzazione delle droghe leggere, l’Italia resta ancorata a una visione ideologica.
Paesi come Germania, Canada, Uruguay o diversi Stati americani hanno scelto la via della regolamentazione, ottenendo risultati positivi in termini di salute pubblica, economia e riduzione del mercato nero.
L’Italia invece persiste in una cultura del divieto che, anziché proteggere, alimenta le disuguaglianze e il potere delle organizzazioni criminali.
Il messaggio politico dietro il corteo romano è chiaro: non si tratta di difendere un vizio, ma un diritto. Il diritto alla libertà personale, all’autodeterminazione, alla scelta consapevole.
E soprattutto, il diritto di non essere giudicati sulla base di moralismi travestiti da ordine pubblico.
Il controvertice e la spinta dal basso
Dal 6 all’8 novembre si terrà a Roma il controvertice sulle droghe, promosso da una rete di associazioni, movimenti e realtà civiche.
Un momento di confronto alternativo alla Conferenza Governativa ufficiale, in cui si cercherà di proporre visioni praticabili, non solo proteste.
Il manifesto politico che accompagna l’iniziativa insiste proprio su questo punto: non basta contestare, serve costruire.
Serve cioè passare dalla resistenza alla proposta, elaborare leggi e percorsi parlamentari capaci di incidere davvero, di riportare il tema delle droghe nell’alveo dei diritti civili e non della repressione.
Prospettive per il futuro
Il dibattito che si apre con la manifestazione dell’8 novembre non è solo una questione di politica sulle droghe. È una riflessione più ampia sull’Italia contemporanea, sulla qualità della sua democrazia e sul modo in cui il potere interpreta la libertà dei cittadini.
Se il proibizionismo è morto, come recita il manifesto, ciò che resta è la sua ombra: un sistema che continua a punire invece di comprendere, a reprimere invece di educare, a controllare invece di ascoltare.
Il futuro dipenderà dalla capacità di costruire un’alternativa politica e culturale, che non confonda la sicurezza con la paura e che restituisca centralità al principio di autodeterminazione.
Una società matura non teme la libertà, la governa con intelligenza.

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