69 Visualizzazione Totali,  1 Visualizzazioni di Oggi

Da alcuni mesi gira su internet un “comunicato” della Rivista Dolcevita Magazine dal titolo: “Discussione: Perchè non aderiamo al Manifesto per la cannabis libera di Freeweed

Data la incredibile vaghezza del comunicato e le numerose imprecisioni (per esser gentili e non voler buttare in caciara) abbiamo finalmente deciso di rispondere al Comunicato, ma non tanto perchè ritenevamo importante dare una risposta a delle opinioni personali legittime, come quella di non sostenere il Manifesto Collettivo, ma quanto per evidenziare e chiarire alcuni concetti che sono stati erroneamente, forse per errore o mancanza di voglia di approfondimento, espressi nel Comunicato citando la nostra Associazione.

Partiamo dunque dall’analizzare le parole utilizzate per esporre il concetto, già nel titolo, e chiariamo immediatamente che il Manifesto Collettivo NON è di proprietà di FreeWeed, che si pone insieme ad altre 270 realtà operative come promotrice del progetto di legge, anzi dell’idea, in quanto il progetto di legge è stato depositato a prima firma Matteo Mantero ed intestato alla Società Civile ed a tutti i firmatari (online) del testo di legge come si evince dalle prime parole di apertura del testo ufficiale sul sito del Senato della Repubblica Italiana.

Ecco i primi tre paragrafi del Testo di Legge Senato 1498:

ONOREVOLI SENATORI. – Ho ritenuto oppor­tuno portare all’attenzione del Parlamento il presente disegno di legge di liberalizzazione della Cannabis, in quanto lo stesso è stato fortemente voluto, oltre che dalle associa­zioni di categoria coinvolte, da ben 40.000 cittadini che, insieme alle associazioni, l’hanno firmato, sostenendolo. È quindi necessario che anche il Parla­mento sia consapevole dell’importanza di portare in primo piano, in questo momento storico di grande interesse internazionale verso la Cannabis, la tematica dei diritti delle persone che a vario titolo la utilizzano e la coltivano. È mia intenzione pertanto depositare il presente disegno di legge collettivo che comprenda e rispecchi universalmente gli ideali sociali che da sempre caratterizzano l’espressione e l’identità dell’intero movi­mento antiproibizionista e ciò al fine di pro­porsi come un manifesto sociale concreto, volto all’espressione dei reali diritti che fino ad oggi sono stati negati e comunque sono stati messi in secondo piano e quindi ulte­riormente discriminati.

Come potete leggere chiaramente non esiste alcun riferimento alla nostra Associazione, ma anzi, viene espresso precisamente (e su precisa richiesta) che l’intento è collettivo e che il testo di legge è stato fortemente voluto, oltre che dalle associa­zioni di categoria coinvolte, da ben 40.000 cittadini (oggi più di 50.000) che, insieme alle associazioni, l’hanno firmato, sostenendolo.

Chiarito questo primo passaggio, importante, ci teniamo a chiarire la situazione delle suddette firme: come si può tranquillamente leggere nel testo di legge depositato al Senato, si evince che il testo proposto è riuscito ad arrivare nelle aule parlamentari proprio grazie alle “famose” firme online ed al supporto congiunto di oltre 270 realtà. Ecco a cosa sono servite le firme, pur non avendo alcuna valenza legale come annunciato più volte dalla nostra Associazione ed esposto chiaramente sul sito ufficiale del Manifesto Collettivo; sono servite a portare all’attenzione del Parlamento un testo di legge che altrimenti avrebbe dovuto impiegare almeno un altro anno di “effettiva raccolta firme”, spendendo migliaia di soldi di donazioni di consumatori, per raggiungere esattamente il punto in cui è ora, ossia depositato ufficialmente al Senato.

Pertanto ringraziamo tutti gli attivisti che quotidianamente si impegnano nella diffusione del progetto collettivo; chissà dove potremmo arrivare se tutti gli attori della scena antipro spingessero un unico obiettivo.

E qui arriviamo al terzo punto da chiarire, molto grave; sul sito enjoint si legge nella prima frase del comunicato: ” Vista l’insistenza con la quale alcuni esponenti dell’associazione Freeweed ci sollecitano a riguardo, vogliamo chiarire la questione una volta per tutte con la seguente comunicazione.”

Questo, oltre a non essere proprio aderente alla realtà, è persino assurdo, in quanto prima di tutto abbiamo chiesto solo una volta con una semplice e banale mail a tutte le riviste del settore se volessero aderire come promotrici e diffondere (e solo una non ha accettato) e figuriamoci se abbiamo insistito! Una sola comunicazione a tutte le realtà. E poi numerosi appelli ad aderire al progetto, ma pubblici e senza alcun obiettivo singolo, anzi.

Se qualcuno non vuole aderire, problemi suoi, ci spiace, sicuramente avrà ALTRI MODI E METODI E PROPOSTE per raggiungere la libertà.

Quindi affermare che FreeWeed sia insistente su una tematica che dovrebbe unirci e spingerci a lottare quotidianamente dipingendolo come un fattore negativo, già di per sè fa sorridere, ma addirittura additarci come insistenti nei loro riguardi è piuttosto buffo.

Ancora più grave è il fatto che si affermi che FreeWeed ” se non si spinge il loro manifesto, “dichiara guerra” e manda le persone a chiedere di appoggiarlo, a tutti i costi.
Se non lo si fa, si viene da loro considerati e dipinti addirittura come “nemici della cannabis” o coinvolti in qualche macchiavellico complotto contro di loro. “

Laddove la prima frase, come detto, ci fa sorridere, in quanto spingere e pressare parlamentari, politici, partiti, aziende, associazioni, ad unirsi per una svolta effettiva sembra diventato per alcuni un problema da risolvere, e non ne capiamo il motivo, sicuramente la seconda frase viene recepita come un delirio totale; abbiamo sempre svelato le macchinazioni dietro le situazioni, portando prove e mai lanciandosi in ipotesi che non si sono realizzate, quindi non è nel nostro stile pensare che chi non appoggia sia “contro la cannabis”, ma semplicemente che non desideri fino in fondo la sua totale liberalizzazione, che è cosa ben differente dall’essere “contro la cannabis”.

Molti antipro “di convenienza” giocano sul concetto di reclamare la “legalizzazione”, ma poi quando questa viene portata a fondo in atti concreti la richiesta spesso sfocia esclusivamente in “legalizzare” alcuni settori della Cannabis o solo alcune condotte.

Facciamo degli esempi: si può legalizzare consentendo solo il mercato sotto monopolio statale, così come legalizzare autorizzando solo alcune aziende a partecipare al mercato mantenendo illecita la coltivazione personale.
Certo, si può anche legalizzare con tutte le libertà personali e collettive, ma in questo caso, si parla di liberalizzazione e non solo di legalizzazione.

Capiamo che si tratta di una sfumatura sottile ma rimane determinante per le richieste della società civile. Piacerebbe a qualcuno poter solo comprare senza coltivare? O poter solo comprare senza vendere? O poter solo coltivare senza comprare e senza dare benefici allo Stato? Forse si, ma le richieste della società civile sono ben altre e parlano di equità, giustizia e libertà, per tutti.

Già in passato infatti si è proposto questo problema a livello legislativo, con la vicenda dell’intergruppo e della proposta di legge dei radicali.

L’intergruppo parlamentare, guidato da Benedetto Della Vedova, partì con una propaganda riferita alla legalizzazione (comprensiva di coltivazione personale aumentando così i consensi) per finire in un testo di legge che ha tolto la coltivazione personale per certificare solo il mercato medico (Istituto di Firenze).

La proposta dei radicali partì a supporto del lavoro di legalizzazione dell’intergruppo, pur parlando di libertà più chiaramente, ma finì per dare solo approvazione popolare al lavoro dell’intergruppo che, però, cambiò poi la legge finale in una regolamentazione esclusiva medica togliendo con un emendamento (successivo) la coltivazione personale nel completo silenzio delle realtà che si affidavano alla proposta dei radicali delegando e confidando nell’azione del partito e quindi dell’intergruppo.
Le riviste di informazione e i canali radio di informazione avrebbero dovuto portare alla luce questa ambiguità ma non è stato così! Anzi, ci si è precipitati a definire “casinari” chi domandasse loro del silenzio avuto.

Occorre dunque chiarire una volta per tutte che “legalizzazione” non significa necessariamente (per certo) poter coltivare per uso personale con mercato libero, perchè in quel caso si parla di “liberalizzazione”, ed è questa richiesta che si introduce con il Manifesto Collettivo e sulla quale serve maggiore chiarezza, come evidenziato dal fatto che la suddetta rivista abbia diffuso sulle sue pagine online del deposito del Manifesto Collettivo (senza nemmeno nominarlo nel titolo) definendolo come una proposta sulla “legalizzazione” (qui il link, sotto l’immagine screen dal Sito della rivista DolceVita) , cosa che proprio non è, in quanto parla di liberalizzazione e dunque di determinate condotte complessive che si vanno a garantire. (per un errore della redazione era stato linkato un articolo precedente, ora i link sono stati, giustamente, corretti.)

Occorre inoltre essere chiari nei propri intenti, non tanto per sè stessi, quanto per chi poi esprime il proprio supporto a iniziative che si mascherano dietro alla “legalizzazione” lasciando intendere “liberalizzazione”, quando le situazioni, come visto e dimostrato, sono ben differenti.

Per togliere questi dubbi sarebbe sufficiente schierarsi apertamente con i progetti sociali e non solo con quelli politici/economici. Tante realtà lo stanno facendo, altre proseguono nel fare i loro interessi, e non possiamo condannarle o credere che siano “contro la cannabis”; semplicemente sappiamo e prendiamo atto che non sono parte della lotta sociale così come viene “pensata” dai consumatori, ossia coltivazione personale garantita e mercato libero aperto a tutti, spesso ignari delle dinamiche ambigue che stanno dietro certe aziende (alcune anche appoggiate apertamente dalla summenzionata rivista) e che, grazie al preciso e scrupoloso lavoro di controinformazione fatto da FreeWeed e da decine e decine di attivisti in questi anni, hanno iniziato a percepire e comprendere a fondo. Se questo per alcuni è un problema o fornisce alibi per essere interpretato ambiguamente, come sembra, ripetiamo, basterebbe schierarsi apertamente a favore di un progetto collettivo condiviso avente come scopo definito la liberalizzazione totale, divenendone parte fondante.

L’invito, non insistente e per nulla obbligatorio, è comunque sempre aperto.

Certo fa sorridere ulteriormente vedere che nel comunicato si parli di come “in Parlamento ci sono già da tempo ben altre 7 proposte di legge per la legalizzazione (tra cui una di queste con oltre 65mile firme a supporto, reali e certificate, ovvero quella dei Radicali). Quella del Manifesto dunque, non è che l’ottava proposta depositata.
Tutte, giaciono là nei cassetti del Senato e della Camera senza nemmeno esser prese in considerazione né tanto meno calendarizzate.”

Se della proposta dei radicali abbiamo già ampiamente esposto le criticità e l’ambiguità della sua proposizione e formulazione, riteniamo comunque importante sottolineare come in questa frase ci sia una ASSOLUTA VERITA’: le proposte ora sono 8 e giacciono in parlamento. Bene o Male?

Sicuramente possiamo dire che le precedenti proposte erano totalmente incomplete e miranti altri obiettivi, come più volte analizzato sui siti ufficiali e nelle slide presentate al Ministero di Giustizia, (qui l’analisi) ed ora finalmente giace una legge completa ed attuabile nell’immediato, senza buchi o problematiche di sorta, voluta e scritta da centinaia di consumatori ed esperti del settore che soddisferebbe tutti ma proprio tutti anche coloro che della Cannabis preferiscono ammirare altro rispetto al suo profumo di libertà.

Vogliamo mettere l’accento sul fatto che ora si ha a disposizione del parlamento una proposta inerente le richieste della società civile, fino ad oggi delegate a compromessi al ribasso in leggi proposte ed intestate a partiti politici. Oggi è differente.

Ma rimane pur vero che le proposte sono ferme in parlamento e che serve una discussione ed approvazione parlamentare, ossia una nuova legge che metta fine a questo proibizionismo.

Che, appunto, è quanto poi leggiamo richiedere in altre iniziative poi supportate e diffuse mainstream da partiti e dalla stessa suddetta rivista , come l’iniziativa IoColtivo, della quale abbiamo criticato solo ed esclusivamente il fatto che non si informasse a fondo sui veri rischi per chi coltivasse (anche una sola piantina), ma che sposiamo nel concetto di metterci la faccia e soprattutto nella richiesta finale, che leggiamo sul sito ufficiale appunto essere però proprio quella di approvare una nuova normativa tramite il parlamento:

#IoColtivo si pone in questa direzione, per chiedere al Parlamento di seguire le indicazioni della più alta Corte di giustizia in materia penale e per decriminalizzare finalmente la coltivazione di uso personale. “

Qui il link

Siamo totalmente d’accordo: ecco perchè la società civile ha proposto una legge perchè venga liberalizzata la cannabis, garantendo diritti a tutti in modo eguale.

Guardando poi però sul sito di CannabisForFuture, altra iniziativa interessante proposta dalla suddetta rivista, si legge chiaramente solo una richiesta finale di “legalizzazione” senza mai parlare di “liberalizzazione” (ossia mercato libero garantito, autoproduzione garantita, consumo garantito senza problemi).

Allorchè, vedendo queste due situazioni in correlazione, ci sovviene e ritorna la solita domanda, legittima, farcita di un dubbio.

Ma se la suddetta rivista, che si lamenta di chi pressa diffondendo una legge completa e chiara e condivisa, è in prima fila a richiedere una nuova legge da parte del parlamento, ordunque perchè non appoggia la proposta del Manifesto collettivo e ne diviene promotrice?

C’è forse dunque qualche problema nella stesura della legge del Manifesto Collettivo? C’è qualche problema nei punti richiesti? Non va bene la coltivazione libera personale? Il consumo tutelato? Non va bene il mercato libero aperto a tutti?

Perchè se ci fosse qualche problema nella “stesura tecnica” se ne può assolutamente parlare, come avvenuto nel confronto con altre associazioni specifiche che hanno aggiunto ed ampliato la richiesta sociale con importanti specifiche ed altre che verranno, ma tutte nel senso sociale e collettivo di libertà totale per la cannabis (Liberalizzazione), giusto per non dover incorrere ancora in mezze leggi che mettano in difficoltà investitori e consumatori (come si è visto nel traballante mercato della cosiddetta “Cannabis Light”, senza certezza alcuna), oppure in leggi che partendo dalla libertà personale propagandata finiscano con il regolare solo il piano strettamente medico, oppure ancora in future leggi incomplete che potrebbero garantire solo mezze libertà (monopolio, mercato chiuso, vendita senza coltivazione, coltivazione senza mercato, ecc. ecc.) senza rispondere alle esigenze della società civile che vive già in un perenne stato di ambiguità legislativa.

In questo senso (sul tema liberalizzazione) ci teniamo a ricordare che la proposta del Manifesto Collettivo in realtà è la prima (ed unica) nella Storia della Repubblica Italiana a parlare di liberalizzazione totale della cannabis in Parlamento.

Ma non vogliamo lasciarci solamente con dei dubbi, ma anche con una grande certezza: il nome della nostra Associazione si scrive FreeWeed, con le due maiuscole, attaccato.

(E fatevela una risata!)

#FinoAllaLibertà

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Ti piace il nostro lavoro informativo? Aiutaci a diffondere il messaggio!